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Decrescita Felice
Ascolto Caterpillar, ergo conosco il movimento Decrescita Felice. E ne penso tutto il bene possibile. Decrescere in ultima istanza vuol dire vivere (felicemente) consumando meno e anche buttando meno.
Sono contento che organizzino dal 29 maggio al 1 giugno 2009 MDF-FEST, quattro giorni di festa, incontri, laboratori, dibattiti attorno ai temi del movimento.
Quindi mi sembra bene rilanciare l’invito a discutere insieme l’organizzazione della Festa e il coinvolgimento dei singoli circoli in una riunione il 7 Febbraio (11.00-16.00) a Bologna presso il quartiere San Vitale, in vicolo Bolognetti (traversa di via San Vitale).
(danielegouthier)
Il computer sostenibile e Giovanna Sissa sono anche su Sedna, l’interessante esperimento di Radio Fragola e del Sissa Medialab di integrazione tra radio e web sulla scienza.
Sedna quest’anno ha inaugurato le “pillole di sostenibilità” che sono sicuramente interessanti per i lettori di Tutti giù per terra.
Buon ascolto settimanale, il venerdì.
E per i malati di Facebook basta cercare “Sedna Fragola”.
Le alghe da rifiuto marino a nuovo combustibile, lo propone Biomedical Tissues Srl, azienda con sede operativa nel Parco scientifico e tecnologico della Sardegna, che il 13 ottobre ha depositato il brevetto nazionale ”Procedimento per la produzione di biopetrolio che prevede l’impiego di CO2”. Il sistema prevede l’impiego di anidride carbonica e di alghe. Da queste ultime si ottengono biocarburanti come biodiesel, carbone verde “e composti impiegabili come materia prima nell’industria alimentare, biomedica, cosmetica e zootecnica”. La società B.T. Srl ha recentemente partecipato al bando Industria 2015 nel settore del “sequestro di anidride carbonica emessa da impianti per la produzione di energia elettrica”.
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Dopo anni, anzi decenni di euforia e consumo apparentemente illimitato ci si rende conto che molti comportamento non sono sostenibili. Tra questi anche le attività di produzione, di uso e di eliminazione dei calcolatori. Oggi il computer dimostra di arrecare un impatto ambientale sempre più significativo. Un libro di Giovanna Sissa racconta di computer obsoleti, ma ancora perfettamente funzionanti, svelando qualche segreto per renderli più longevi: Il computer sostenibile. Riduzione dei rifiuti elettronici riuso dei pc e open source. (Franco Angeli Editore, 2008, 144 pagine, 15 euro). Si parte dalla fine, cioè dai rifiuti elettronici e dal loro smaltimento, dagli influssi negativi per la salute e l’ambiente, per poi illustrare che, spesso, è il software, non l’hardware, a essere superato. Il libro dimostra, con alcuni casi concreti, che il software open source è quello meglio capace di ritardare la morte dei computer. Spiega Giovanna Sissa, nel sito Forum PA 2008: “Le implicazioni ambientali dell’ICT non sono state oggetto della stessa attenzione dedicata agli aspetti economici, tecnologici e sociali. A lungo ignorati i milioni di tonnellate di rifiuti elettronici hanno oggi nel mondo un nome sinistro: e-waste (spazzatura elettronica). I rifiuti del settore IT mostrano il più alto tasso di crescita fra i rifiuti municipali e industriali. L’impatto ambientale dei rifiuti elettronici è stato sottovalutato nel primo mondo perché spesso esportati nel terzo. I computer contribuiscono alla emissione di CO2 più di quanto si pensi. Costruirli richiede una notevole quantità di energia e materie prime non rinnovabili. I PC contengono sostanze considerate tossiche per l’ambiente e non biodegradabili. La rilevanza ambientale discende poi anche dai consumi di energia durante il funzionamento e dallo smaltimento a fine vita.”
Archiviato in: consumo, politica | Tag: energia, nucleare, rinnovabili, scorie
Premetto che non sono contrario al nucleare per principio. Ma dato che sono portato a fare sempre i conti con i numeri, evitando atteggiamenti talebani, intendo rilevare alcune incongruenze. Intanto non mi sembra corretto confrontare il nucleare alle rinnovabili senza tenere conto dei costi per l’approvigionamento della materia prima. Con le fonti fossili (uranio, carbone, gas e derivati del petrolio) la produzione del carburante si separa dal suo utilizzo, per questa ragione spesso si dimentica di calcolare i costi relativi all’estrazione e al trasporto, cui nel caso in questione si devono aggiungere i costi relativi alle misure di sicurezza per il trasporto stesso, senza parlare di quelli attinenti le operazioni di trasformazione per produrre l’ossido di uranio. Parlando di prezzi, poi, non dimentichiamo che, dal 1998 a oggi, il prezzo dell’ uranio è passato da 10 a 140 dollari per libbra (Fonte: Uranium Historical Price Graphs).
Scrive bene Sergio Zabot (I costi ambientali dell’atomo, 4 febbraio 2008, blog qualenergia.it):”se un gran numero di centrali fosse costruito per soddisfare la crescente domanda di elettricità, le riserve conosciute di minerale con alte concentrazioni di uranio (High-grade ores, con contenuto di uranio maggiore dello 0,1%) si esaurirebbero rapidamente, lasciando enormi riserve di minerale a bassa concentrazione (Low-grade ores con meno dello 0,1% di uranio), per la maggior parte delle quali occorrerebbe più energia per utilizzarle di quanto se ne ricaverebbe dai reattori.”
Poi sento dire che in Italia le centrali nucleari servirebbero a sostituire il petrolio come fonte di energia elettica. Strano: nel nostro Paese la quota di energia elettrica prodotta bruciando derivati dal petrolio (valori provvisori 2007, Fonte: TERNA) è sotto il 7%. Perché impegnarsi nella costruzione di centrali costose, problematiche dal punto di vista sociale, e impegnative per quel che concerne la sicurezza e lo smaltimento delle scorie, solo per il 7%. C’è qualcosa che non quadra.
E le emissioni di CO2? Scrive ancora Zabot: “In realtà, contabilizzando correttamente tutta la CO2 emessa nei vari processi di lavorazione, una centrale nucleare alimentata da minerale “High-grade” emette tra un quarto e un terzo della CO2 prodotta da un ciclo combinato a gas. Ma questa fortuna dura solo fino a quando durano i minerali ricchi di uranio. Poi il ricorso a minerali meno ricchi di uranio porterebbero all’emissione di quantità di CO2 maggiori di quella degli impianti a gas.”
Vogliamo parlare dei costi? Allora facciamo seriamente, tenendo conto di tutti i fattori. A proposito, il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, il 5 giugno ha dichiarato all’ADNKronos: “pensiamo anche che si debba investire nelle rinnovabili, ma sappiamo che con i sistemi che si adottano oggi facendo il massimo dello sforzo riusciremmo a coprire a stento il 10% del fabbisogno nazionale.”
Ora, capisco che si possano fare dichiarazioni a caldo (il Ministro parlava subito dopo l’allarme per l’incidente alla centrale nucleare di Krsko, in Slovenia) ma i numeri sono numeri. Intanto le rinnovabili, oggi, producono il 16% dell’energia elettrica (valori provvisori 2007, Fonte: TERNA). In secondo luogo, vorrei proprio capire cosa intende il Ministro quando afferma “facendo il massimo dello sforzo”. Ho motivo di credere che lo sforzo non sarà massimo, dato che una parte (comprese le minori entrate derivanti dagli incentivi di cui ha parlato il ministro Scajola: «Ci saranno grandi benefici per i cittadini che avranno il disturbo psicologico di ospitare un impianto nucleare: dovranno pagare molto meno e avere bollette più leggere») dovrà necessariamente essere assorbita dal proclamato ritorno al nucleare. Sono convinto che con il massimo dello sforzo, ma davvero il massimo, si arriverebbe a percentuali molto ma molto più alte. “Una massiccia conversione degli impianti a carbone. petrolio, gas naturale e nucleare in impianti a energia solare potrebbe fornire il 69 per cento dell’elettricità e il 35 per cento dell’energia degliStati Uniti entro il 2050.” Il grande piano solare, Le Scienze, marzo 2008.
Che lo sforzo sia con voi!
Andrea Mameli, Cagliari, 11 giugno 2008
Per approfondire:
- Troppa CO2 dall’Uranio Il sole 24 ore, 15 gennaio 2008
- Produzione di energia elettrica in Italia Wikipedia
- Considerazioni sull’energia nucleare Marco Zoli, 27 maggio 2008
Archiviato in: consumo, educazione, famiglia | Tag: coldiretti, rifiuti, vademecum
La lista di consigli per ridurre i rifiuti – Coldiretti, 5 marzo 2008 – non è per nulla impegnativa. Si tratta però di modificare abitudini e automatismi della spesa. L’apporto del singolo (calcolato in 2 Kg alla settimana) sembra irrisorio, ma come sappiamo questi numeri crescono, e di molto, se applicati su larga scala. E perché la Coldiretti? Semplice: il settore agroalimentare, con oltre i 2/3 del totale, è il maggior responsabile della produzione di rifiuti da imballaggio. E la causa risiede anche nelle strategie di marketing che puntano sulle confezioni per favorire le vendite.
Ecco alcuni consigli: scegliendo legumi al mercato, invece che in scatola, la pattumiera si alleggerisce di 220 grammi di metallo (per 4 scatole); l’insalata fresca permette di fare a meno di 80 grammi di plastica; sugo e ragù fatti in casa consentono un risparmio di vetro e cartone di mezzo kg in tutto; l’uso di acqua del rubinetto farebbe risparmiare 500 grammi di plastica.
I 5 punti del Vademecum Coldiretti:
- Scegli alimenti freschi (frutta, verdura, carne, formaggi) invece di quelli confezionati, magari acquistandoli direttamente dai produttori agricoli.
- Utilizza borse per la spesa fatte con materiali biodegradabili di origine agricola nazionale (bio shoppers) o di tela invece di quelle in plastica.
- Bevi acqua dal rubinetto invece di acquistare acqua minerale, evitando di dover buttare le bottiglie di plastica.
- Non acquistare i prodotti usa e getta come bicchieri e piatti, a meno che non siano fatti di materiale biodegradabile.
- Acquista prodotti in confezioni riciclabili o riciclate.
- Scegli confezioni famiglia invece di quelle monodose.
- Acquista latte dai distributori alla spina e vino e olio direttamente dal produttore, che ti consentono di riutilizzare le bottiglie evitando di produrre rifiuti.
Andrea Mameli, Cagliari, 26 maggio 2008.
Da mercoledì 30 aprile, la nostra casa finalmente è dotata di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia elettrica.
Abbiamo firmato con l’Enel un contratto del tipo “conto energia”. Vuol dire che abbiamo due contatori. Il primo misura quanto produciamo e tutta la produzione ci viene pagata 49 centesimi di euro al kilowatt. Il secondo misura la differenza tra quanto consumiamo e quanto produciamo. Se consumiamo in eccesso, paghiamo quell’energia 17 centesimi di euro al kilowatt. Se produciamo in eccesso, il di più ci viene tenuto da parte per tre anni.
Una famiglia che ha dei risparmi da parte (non pochissimi, in realtà) o che ha la possibilità di fare un mutuo, può vedere l’impianto fotovoltaico come una forma di gestione del risparmio sul medio-lungo periodo.
Sul breve periodo si abbattono le bollette dell’elettricità e sul contatore si legge momento per momento quanta anidride carbonica si risparmia all’atmosfera.
Un minuscolo contributo per sporcare meno il mondo.
Noi ne siamo contenti.
(danielegouthier)
Archiviato in: consumo | Tag: consumi, cucine solari, emissioni, energia, gratis, risparmio
Hai voglia di parlare di ridurre i consumi e limitare le emissioni di anidride carbonica. Se non si compiono azioni concrete non si andrà lontano. E le azioni concrete non sono solo quelle decise dai governi. A volte si può contribuire nel proprio piccolo. Della raccolta differenziata abbiamo parlato più volte. Oggi affrontiamo un altro tema: cucinare con il sole. Un sistema economico, pulito e divertente per ottenere dalla luce della nostra stella quello che solitamente facciamo con gas, elettricità, legna e carbone. Avete capito bene: usare il sole per cuocere i cibi. Ecco qualche semplice e concretissimo esempio: Build a solar hot dog cooker (come costruire un piccolo barbecue solare in quattro mosse) , Build a Solar Powered Parabolic Cooker! (una proposta di facilissima realizzazione). E la voce di Wikipedia anche la diffusione di questi sistemi: Solar cooker.
Buon appetito! Andrea Mameli, Cagliari, 12 febbraio 2008.
E adesso la pubblicità, come cantava quel tale.
Quibio è il primo e-negozio di prodotti usa e getta biodegradabili e compostabili al 100%.
Sta in Sardegna ma fa consegne in 48 ore gratuite su tutto il territorio nazionale, non male, vero?
Posate, piatti, bicchieri, tovaglioli, ma anche pannolini, giocattoli, teli, sacchetti, imballaggi e cancelleria.
Da provare, anche perché i prezzi non sembrano alti.
(danielegouthier)
Archiviato in: consumo, educazione, famiglia, riuso | Tag: giocattoli fatti in casa, pane fatto in casa
Andrea e Sabrina sono giovani genitori. Vivono in un appartamento a Roma e lavorano in campo informatico. Fin qui nulla di speciale. Ma Andrea e Sabrina hanno scelto di adottare alcuni comportamenti che non sono affatto diffusi. E questo rende la loro famiglia davvero speciale. La loro esperienza diventa visibile grazie a un sito (Vivere Semplice) che racconta la loro vita e le loro scelte. Iniziamo dai giocattoli. Per i figli (Lorenzopedro e Zeno, di 4 e 2 anni) ecco che i nostri amici iniziano a distinguersi dalla folla: li costruiscono con le loro mani, utilizzando in gran parte materiali di riciclo. In questo modo i bambini attribuiscono ai giocattoli un valore diverso. Su questo tema segnalo l’articolo Perché i bambini vanno pazzi per i gormiti. Capitolo alimentazione: qui niente merendine preconfezionate e quando possibile il pane si fa in casa. Un articolo spiega: Perché mangiamo biologico. E la Tv? Niente ovviamente. Solo dvd scelti da vedere al computer.
Uno degli slogan amati dai nostri amici è Vivere semplice e spregiudicato, dove (come loro stessi spiegano nel sito) per spregiudicato si intende persona che tenta di operare in assenza di pregiudizi.non giudicare, non farsi influenzare dai luoghi comuni, da cosa pensano gli altri, ma anche lasciare che sia, “arrendersi” nel senso di essere flessibili, inflettersi per ogni verso senza spezzarsi, e anche accettare tutto ciò che arriva con animo ben disposto, essere liquidi, sapersi adattare al cambiamento e alle diversità, non essere rigidi, saper passare la palla, delegare, smettere di giudicare ciò che è giusto e sbagliato. E anche, in senso più esteso, non accanirsi contro.
Io non amo attribuire etichette alle persone, ma a volte accostare delle parole a dei comportamenti aiuta a capire. Per questo l’esperienza di vita di Andrea e Sabrina potrebbe essere ricondotta al termine downshifting. Andrea Fannini spiega che questa parola fu coniata nel 1994 dal Trends Research Institute “per indicare il fenomeno di quelle donne e di quegli uomini che rinunciavano parzialmente (o totalmente) alla propria carriera lavorativa, al successo, al denaro, per avere in cambio maggiore tempo a disposizione da dedicare ai propri interessi privati familiari. Per il New Oxford Dictionary significa “scambiare una carriera economicamente soddisfacente ma stressante con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito ma più gratificante dal punto di vista personale”. Più in generale si definisce una persona downshifter quella che adotta un modo di vivere poco frenetico, più rilassato, maggiormente rivolto alla sfera degli interessi personali.”
Il sito Vivere semplice ha vinto il 5° premio per i contenuti digitali nella sezione e-learning dell’ Electronic Content Award Italy 2007.
Andrea Mameli, foresta di Pixinamanna, Pula (Cagliari).